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Un poliziotto tra i banchi

Un genitore ci scrive

Leggo il vostro comunicato odierno che critica l'iniziativa del poliziotto in alcune scuole torinesi. 
Capisco che è difficile ammettere la sconfitta e la miglior difesa è l'attacco, ma vi chiedo: cosa fanno gli insegnanti per realizzare nella scuola una "comunità educante"? Avendo due figli a università e liceo, con cognizione di causa rispondo: poco o NULLA.
Allora è bene abituare i giovani ad un corretto rapporto con quanti deve fare prevenzione e, al momento opportuno, repressione. Se la scuola non è maestra di vita (come insegnano brutti episodi recenti in alcune scuole italiane), almeno siano le forze dell'ordine a dialogare con i nostri figli.

Per i genitori è comunque una garanzia.


Caro signor Timossi,
la sua lettera ha il pregio, se non dell'originalità, della chiarezza.
Francamente, però, non mi pare risponda a quanto abbiamo affermato. L'oggetto del nostro comunicato è la riduzione delle libertà che misure, come quella della quale stiamo amabilmente conversando, comportano.
Implicitamente lei sembra affermare che le esigenze di sicurezza, prevenzione e repressione siano da anteporsi a quella di garantire le libertà politiche, civili e sindacali. È un punto di vista meritevole di rispetto ma non lo condividiamo. 
Il suo giudizio sulla scuola è altrettanto legittimo ma non ci pare tenga conto del fatto che noi non pensiamo alla scuola come luogo della perfezione e della pace celeste ma come luogo del confronto fra generazioni e della contraddizione, ove sia necessaria.

Detto ciò, la ringraziamo per averci voluto informare del suo punto di vista

Cordiali saluti
Cosimo Scarinzi

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