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Chiudete il fondo pensioni Comit.

da "Il Manifesto" del 5 Novembre 2004


L'ultima notizia in ordine di tempo è che i rappresentanti di Banca Intesa dentro il consiglio d'amministrazione del Fondo pensioni Comit hanno chiesto alla Covip di aprire la procedura per la liquidazione coatta e amministrativa del Fondo. Che cosa sta accadendo? Se ne può sapere di più dalle fonti ufficiali? Attorno ai drammatici destini del Fondo pensioni Comit e al suo probabile fallimento il silenzio della stampa italiana è assordante e imbarazzante allo stesso tempo. E gli stessi protagonisti della vicenda fanno, come si dice, i pesci in barile. Per mesi e mesi siamo stati bombardati dal tema dei fondi pensione, considerati strategicamente decisivi per i destini dell'economia italiana. La Confindustria ha fatto decine di convegni, il governo ha appena varato una normativa, i sindacati hanno fatto opera di sensibilizzazione. Poi, quando uno dei più importanti Fondi pensione arriva sull'orlo del baratro, tutti tacciono. I sindacati tengono la bomba sotto controllo nella speranza che il botto non faccia troppo rumore e i responsabili del Fondo sono a dir poco muti. Banca Intesa fa sapere che non c'entra nulla e intanto migliaia di aderenti al fondo diventano sempre più furiosi. Tanto furiosi che se al ristorante ti capita di raccontare a un amico che ti sei occupato del Fondo Comit, i commenti che raccogli da un signore che per caso ha sentito la conversazione sono in realtà una serie infinita di improperi per i gestori del Fondo.

Ieri finalmente la Fabi ha lanciato l'allarme: «Abbiamo appreso della volontà di Banca Intesa di chiedere la liquidazione coatta del fondo pensioni della ex Banca Commerciale Italiana, esistente dal 1921. La liquidazione coatta che ha i medesimi effetti giuridici del fallimento, comporterebbe la cessazione immediata di tutte le prestazioni, compreso il pagamento delle rate di pensioni e determinerebbe la liquidazione fallimentare di tutti beni del patrimoni», scrive un comunicato della Federazioni autonoma dei bancari che si dice favorevole ad «una soluzione concordata». Ma forse è troppo tardi

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