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I GUASTI DELLA SCUOLA AZIENDA

Mammut? Perché no?

di Cosimo Scarinzi


Capita a me, ma non credo di essere il solo, di avere la sensazione che le mobilitazioni dei lavoratori della scuola si sviluppino, assumendo a volte caratteri radicali ed interessanti, su singole questioni senza che vi sia un'adeguata riflessione sui caratteri generali dei processi di modificazione del sistema formativo che da anni e, quantomeno, a livello europeo si vanno sviluppando.
Vi è, insomma, una sorta di restringimento dell'orizzonte mentale, una vera e propria perdita di memoria che ci espone al rischio di ridurre la nostra prassi alla logica azione-reazione che spiega l'attuale appiattimento sull'antimorattismo del movimento degli insegnanti. Sembrerebbe, in altri termini, che la signora Letizia Arnaboldi Brichetto Moratti sia una sorta di Attila giunto da terre selvagge e lontane a devastare la scuola pubblica. 
È invece, a mio avviso, bene avere un'idea d'assieme di quanto sta avvenendo non per difendere l'attuale ministro, che si difende bene da sé, ma per comprendere esattamente di cosa si sta ragionando.
Quando, in particolare, si parla degli effetti della Riforma Moratti (Legge 53/2003) sulla secondaria superiore e sull'integrazione fra scuola pubblica, formazione professionale regionale, imprese e di costituzione, in rapporto ai distretti industriali, dei distretti formativi è bene ricordare che la Legge 53/2003 riprende, per l'essenziale, la Legge 30/2000, approvata dal precedente governo che pure ha abrogato, che si colloca nel quadro della riforma del Titolo V della Costituzione, approvata dal precedente governo, che i Progetti Qualità sono stati concertati fra Confindustria e CGIL-CISL-UIL e definiti in un documento sottoscritto il 19 giugno 2003 e che l'assieme di questo processo è definito dalla carta di Lisbona che ha valore per l'assieme dell'Europa.

Limitiamoci, per ora, a ricordare gli obiettivi generali della Carta di Lisbona:

  • armonizzare - termine accattivante - i sistemi educativi dei principali paesi europei . Ed, effettivamente, in Spagna, nel dicembre 2002, è stata approvata una legge che abbassa l'età per la scelta fra istruzione e formazione ed in Francia, è in discussione la tradizionale struttura del College Unique; 
  • ridurre l'attuale spreco di risorse umane (saremmo noi ma definendoci in questo modo ci viene attribuita una dignità scientifica ed economica che i termini insegnante, studente e, magari, persona non hanno con ogni evidenza;
  • legare al "territorio" l'offerta formativa e, quindi, costituire i già citati distretti formativi.

La costruzione dei distretti formativi si propone un bersaglio suggestivamente definito, con una metafora utilizzata per la prima volta dal ministro socialista francese Claude Allègre, l'alleanza tra Mammut e Dinosauro e, cioè, quella tra burocrazia e corporativismo. In altri termini, la resistenza dei lavoratori della scuola e dei genitori alla scuola azienda sarebbe, ma abbiamo fatto sin troppa esperienza di questo tipo di retorica, la mera incapacità di adattarsi alle novità che le leggi dell'economia, al cui confronto le rivelazioni religiose appaiono come blande, ci imporrebbero.

Che cos'è un distretto formativo? Lasciamo la parola a un testimone non sospetto di eccessiva simpatia nei nostri confronti:
"Questi distretti formativi sono costituiti da una filiera di centri di formazione professionale, Istituti professionali, istituti tecnici (e domani Licei tecnologici), corsi Ifts, lauree professionalizzanti, master, formazione continua e ricerca industriale. Ogni distretto formativo, anche quando non è costituito da tutti i livelli formativi di offerta, di norma è legato al suo territorio dal 'genius loci' della tecnologia. Non si può pensare a prato senza pensare alla tecnologia tessile, né a Modena senza pensare alla tecnologia automobilistica o a Vicenza senza pensare ala tecnologia orafa o Padova senza pensare alle nanotecnologie. Il modello Italia di sviluppo industriale è profondamente legato al modello Italia di distretto formativo."

Silvio Fortuna, Delegato del Presidente di Confindustria per l'Educazione e la Conoscenza

Basta leggere il Rapporto Education 2000-2004 della Confindustria per rendersi conto che non si sta parlando di un futuro, per quanto vicino, o di progetti e di ipotesi ma di un processo ampiamente avviato di integrazione fra formazione aziendale e scuola pubblica, fra stage e studio "tradizionale", fra finanziamenti europei e finanziamenti regionali, fra dirigenza scolastica e burocrazia degli enti locali, un processo che ha un obiettivo politico generale assolutamente chiaro. L'egemonia sui processi di formazione delle nuove generazioni, egemonia che, per certi versi, è persino più rilevante dei profitti immediati che le imprese traggono da questo processo.
Sarebbe necessario oggi un lavoro puntuale di inchiesta sugli effetti di questo processo sulla composizione della categoria, sulle culture che filtrano nella scuola, sui gruppi di potere che si costituiscono. Potremmo chiamarla "Inchiesta sulla scuola azienda e sui rimedi ai suoi effetti".

Torino, maggio 2004

     

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