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 Accade al "Peano"

  Quando la microconflittualità è un segno dei tempi

Giovanna Lo Presti, delegata RSU CUB Scuola Itis Peano Torino

"Parliamo compulsivamente di reti e cerchiamo ossessivamente di creare reti (o almeno i loro fantasmi) per mezzo dello speed-dating, degli annunci personali e del magico incantesimo dei "messaggini" , perché avvertiamo penosamente la mancanza delle reti di sicurezza un tempo costituite semplicemente, con o senza sforzo da parte nostra, dalle veri reti fatte di simili, di amici e fratelli di destino"

Z. Bauman


La nostra è un'epoca segnata da un duplice fenomeno. Da un lato i grandi mezzi di comunicazione di massa hanno prodotto un pubblico affamato di eventi sensazionali e catastrofici - che la catastrofe sia un ciclone, la guerra o una madre che ammazza la sua creatura va bene lo stesso, purché ci siano morti che ci confermano che noi siamo vivi. L'effetto di assuefazione prodotto dalla droga della notizia sensazionale è forte; questo spiega perché in uno stesso giornale, in uno stesso telegiornale, si debbano alternare necessariamente catastrofi individuali e collettive, catastrofi naturali o volute dagli uomini. Ciò serve a garantire l'efficacia del cocktail e a ridestare, almeno per un momento, i sensi sopiti del pubblico.

Sommersa da notizie che ci parlano di un vasto mondo in preda al terrore, l'umanità occidentale non ha modo di dar il giusto peso ad un processo, sottile, invasivo e molto meno clamoroso, caratterizzato dall'erosione di quelle libertà e di quei diritti collettivi ed individuali che, nell'Occidente, hanno accompagnato il percorso spesso tortuoso e contraddittorio della modernità. Il processo si esprime attraverso molteplici eventi di cui si sente parlare tutti i giorni e che a volte ci toccano direttamente; ma è come se questi non venissero percepiti, come se apparissero sfocati, come se non avessero la forza di emergere dal pantano della mediocrità quotidiana. Eppure noi, esseri umani comuni, patiamo molto di più nella nostra esistenza quotidiana a causa di questa seconda categoria di eventi, che forse potremmo tentare di contrastare.

Impegnato a fantasticare sul pericolo del terrorismo o dell'immigrazione clandestina, il popolo dell'Occidente declina spesso ogni responsabilità individuale rispetto all'esigenza di governare la propria esistenza; proteso alla difesa del proprio particolare, della propria sicurezza personale, sempre più di frequente, ed in modo paradossale, dimentica l'idea di diritto, fondamento di un'eguaglianza formale e punto di partenza per un'uguaglianza sostanziale.

Questa premessa è necessaria per parlare di quanto è accaduto a me, insegnante e rappresentante sindacale all'I.T.I.S. "Peano" di Torino. Niente di clamoroso, uno di quei "rospi" che oggi tanto spesso si è portati ad ingoiare.
La sequenza dei fatti: a metà luglio il dirigente mi convoca per annunciarmi un cambio di sezione. Poiché insegno da anni in quella scuola e mai nessun motivo di lamentela nei miei confronti c'è stato da parte di studenti e genitori, chiedo chiarimenti. Mi viene risposto che un'altra sezione manca di un insegnante di Italiano e, visti i problemi di quel corso, ce ne vuole uno particolarmente bravo. Quello sarei io. Conosco alcuni insegnanti del corso in cui dovrei spostarmi e li considero capaci e di notevole esperienza. L'incredulità mia di fronte alle parole del dirigente è tale che mi viene fornita subito una seconda e più credibile ragione: due mie colleghe di corso (mi vengono fatti i nomi) si sono lamentate perché io sono critica nei confronti dei loro "progetti" (quelli che poi, messi insieme, vanno a costituire una sezione importante del piano dell'offerta formativa, meglio noto con l'acronimo onomatopeico POF, che fra l'altro ben rispecchia il detto nomen omen). Chiarisco a voce al dirigente che così non va, che una scuola in cui la differenza di opinione sia motivo per "epurare" il consiglio di classe è un pessimo modello di scuola ed aggiungo che mai nulla di personale c'è stato tra me e le colleghe in questione e che la lamentela a voce con il preside, senza aver prima parlato con me, non mi pare un gesto leale né, tanto meno, un buon motivo per invitare il dirigente procedere.

Ribadisco tutto questo due giorni dopo, in una lettera ufficiosa al dirigente, in cui metto soprattutto in evidenza la mia profonda amarezza e parlo di offesa personale. Vengo comunque spostata di sezione e il 23 luglio chiedo motivazioni scritte. Mi viene risposto senza fretta, il 10 settembre; i motivi son quelli emersi nel colloquio di luglio ma non viene più fatto nessun nome e si parla di constatazione "personale"di disagio nel corso A.
Intanto la vita continua: le colleghe maldicenti si dicono offese (loro!) perché mai avrebbero richiesto il mio spostamento di sezione, gli studenti del corso A si mobilitano (varie petizioni al dirigente, che poco li ascolta, e due giornate di astensione dalle lezioni per protesta), gli altri nove colleghi del corso A mi dimostrano concretamente la loro solidarietà e mettono a protocollo altri due documenti su questa triste vicenda. Io annuncio al preside, il 16 settembre, che, se non verrò restituita al corso di provenienza aprirò una vertenza, cosa che avviene immediatamente dopo.

Ho l'impressione che un buon numero di miei colleghi consideri quanto mi è accaduto un "fatto personale"; uno degli altri due componenti della RSU mi ha detto che, nel caso io volessi affrontare in assemblea il mio problema, non mi sottoscriverebbe la richiesta, proprio perché si tratta di una vicenda priva di valore generale.
Invece, questa piccola ingiustizia che mi ha colpito un valore generale ce l'ha.
Rivela che il processo di gerarchizzazione in corso nella scuola sta dando i suoi risultati e che può bastare un flatus vocis di un collega vicino alla linea della dirigenza per modificare la situazione lavorativa di un altro; dimostra che l'insegnamento in classe è considerato ben poca cosa; mostra che può essere pericoloso ostacolare, anche soltanto con critiche argomentate, progetti che fanno affluire soldi alla scuola ma che hanno un risvolto educativo e culturale discutibile; rende chiaro a tutti che idee unanimemente accettate e considerate positive (a parole) come la continuità didattica, la libertà di espressione, la collegialità sono ormai fragili gusci che navigano sul mare in tempesta della "nuova" scuola; evidenzia, da parte di chi rappresenta l'istituzione, una sostanziale indifferenza al fare scuola e la volontà arrogante di agire anche in assenza di fatti oggettivi.


Non so come finirà la vertenza che ho aperto. So soltanto che il percorso è accidentato.Il primo ostacolo, e più imbarazzante per un rappresentante sindacale, è il dover condurre una battaglia pro domo sua; il secondo, in ordine di importanza è la difficoltà di far emergere il generale nel particolare. In questo percorso, però, non sarò sola: ci sono tutti i miei studenti e la quasi totalità dei colleghi del consiglio di classe dello scorso anno. La loro solidarietà, la loro capacità di organizzarsi spontaneamente mi ha colpito e mi ha anche stupito. Soprattutto quella dei ragazzi.
"Seggo quotidianamente davanti all'incudine della mia cattedra e maneggio con ritmo implacabile il martello delle mie lezioni" così diceva Kant di se stesso e questa è l'impressione che ho anch'io e mi pare spesso che la fatica dell'insegnare faccia perdere di vista lo specifico del nostro lavoro, che è guidare giovani esseri umani verso la conoscenza, ma soprattutto verso l'attività del pensare.

Questa volta i miei studenti mi hanno dato una lezione, dimostrandomi che è giusto aver speranza. Sono stati presenti, sin dal primo giorno, mi hanno incalzato per sapere cosa potevano fare per me, hanno pensato con la loro testa e si sono assunti la responsabilità di non entrare a scuola, quando hanno capito che non c'era l'intenzione di ascoltarli. Tutto questo non mi era dovuto, ed io l'ho accolto come un dono, come una dimostrazione gratuita e bella di fiducia. E se io, come mi ha detto il dirigente, sono la prima insegnante in tredici anni che protesta per un cambio di sezione, vorrà dire che in parte lo faccio anche per non essere indegna dei miei studenti.

Non importa come andrà a finire, anche se, a rigore, ogni atto di arbitrio dovrebbe essere censurato dalla legge; quel che importa è cercare di sottrarsi alla "zona grigia", quella che non percepisce piccoli e grandi abusi di potere, ed avere con noi, mentre ci allontaniamo dalle sabbie mobili del consenso ad un potere ottuso, buoni compagni di strada.

Torino, 2 ottobre 2005

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