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per UNA FORTE PIATTAFORMA

SULL’OCCUPAZIONE NELLA SCUOLA PER DIFENDERE IL TEMPO PIENO E LA QUALITÀ DELL’INTERO SERVIZIO PUBBLICO



Una prima domanda sorge spontanea: quale convenienza avrà il governo ad inimicarsi circa un quarto delle famiglie/elettori, i cui figli frequentano la scuola a tempo pieno, decretando, senza mezzi termini, la soppressione di quel tipo di scuola, oltre all’introduzione di tutte le altre novità previste dalla riforma Moratti?  Nessuna.

Il decreto ministeriale, infatti, non contiene alcun elemento certo, tale da far dire che il tempo pieno chiuderà. Eppure, nubi temporalesche si profilano all’orizzonte della scuola.

La CUB Scuola vuole proporre ai colleghi un possibile scenario che ritiene attendibile.
La nostra analisi si articola su alcuni punti, intimamente connessi tra loro: l’orario, l’insegnante tutor, i soggetti esterni abilitati all’insegnamento, le richieste delle famiglie.

A premessa di tutto ciò occorre collocare un primo giudizio sull’autonomia scolastica, strettamente correlata alla riforma federalista del sistema scolastico.

L’autonomia delle scuole si tramuta spesso in concorrenza tra le scuole, in una vera e propria gara ad accaparrarsi alunni e scaricando le grane sulla scuola vicina.

Non è certo un atteggiamento nuovo, ma è diventato più evidente negli ultimi anni, esasperato anche dalla concessione della dirigenza ai capi d’istituto. Non ci interessano distinzioni tra buoni e cattivi: divenuti manager, i dirigenti si sono trovati nella necessità di far funzionare la propria azienda, e quindi cercano di accontentare la clientela. Questa esigenza si è progressivamente proiettata sui collegi docenti, alimentando la pericolosa equazione perdita di alunni = perdita di posti.
L’ultimo anello di questa catena è rappresentato dalla domanda sempre più pressante: cosa vogliono le famiglie?

Per una quota consistente di popolazione il tempo lungo scolastico è una vera necessità, oltre che una scelta didattica; forse più una necessità che una scelta didattica.

Non è un caso che il commento al decreto ribadisca con forza che il tempo pieno continua nella sua dimensione temporale. In realtà cambia la sua struttura.

Precedentemente, l’orario era semplicemente di quaranta ore, suddivise equamente tra due insegnanti di piena contitolarità; l’inserimento di altre materie, come quello della religione cattolica, delle attività alternative e della lingua straniera garantiva alcune (poche) ore di cosiddetta compresenza, spendibili per facilitare alcuni interventi nella classe.

Nel decreto, l’orario scolastico dei bambini viene scandito in tre parti:

 

-          27 ore di base (comprensive di 2 ore di IRC)

-          3 ore facoltative

-          da 5 a 10 ore di mensa.

 

Nel commento del decreto si legge testualmente che viene garantito l’attuale monte-ore del tempo pieno. Non solo: si precisa pure che le ore di mensa verranno affidate agli insegnanti.

Qui entra in gioco l’insegnante tutor che deve disporre, all’interno di un’unica classe, di almeno 18 ore di insegnamento.

A questa figura, infatti, competono responsabilità plurime nella realizzazione di quel patto con le famiglie che viene stipulato con l’ingresso del bambino a scuola e spettano gli insegnamenti forti, cioè quelli che richiedono maggiore impegno intellettuale e più grande consumo di energia: quelli che, normalmente, si svolgono al mattino. Anche oggi, infatti, è difficile che un insegnante utilizzi le ore pomeridiane per lo svolgimento di un tema, una rognosa spiegazione di matematica o una verifica scritta di antropologia. Ne consegue che l’insegnante tutor sarà l’insegnante del mattino, e che quasi automaticamente L’ALTRO sarà l’insegnante del pomeriggio, delle attività meno pesanti, eventualmente anche della puntualizzazione (leggi: compiti) del lavoro del mattino.

Fin qui, però, si tratterebbe semplicemente di una specie di ritorno al passato, seppur ignobile: un declassamento vergognoso per i nuovi doposcuolisti, ma non una riduzione di personale.

Non dimentichiamo, comunque, anche la lacerazione profonda che avverrebbe in categoria per la determinazione degli insegnanti tutor (e questo vale anche per le scuole a modulo), determinazione che spetta, naturalmente, al dirigente scolastico:  nessuno ci venga a raccontare la novella dei criteri del collegio docenti, sulla base anche dei titoli (altro elemento discriminante).
Con il decreto, inoltre, si autorizza l’ingresso nella scuola di operatori esterni i quali, avendo l’approvazione dell’amministrazione scolastica, sarebbero in condizione di gestire personalmente una quota del tempo scuola. È evidente che queste ore, supponiamo anche due per classe alla settimana, andrebbero a ridurre ulteriormente il monte ore dei doposcuolisti. Va da sé, inoltre, che tali pacchetti di offerta formativa specializzata andrebbero pagati. Come già avviene da molte parti, sarebbero le famiglie a concorrere, se non ad assumerla in toto, alla spesa.
Ancora: la mensa è sempre stata tradizionalmente considerata un momento educativo, quindi vera e propria attività didattica. Ma nel momento in cui viene sì mantenuta all’interno del tempo scuola e affidata agli insegnanti, ma non viene più considerata attività didattica ma assistenza/vigilanza, si rompe la rigidità del rapporto insegnante-classe e perciò, magari utilizzando il personale ATA, si possono affidare le classi a un non equivalente numero di insegnanti. Altre ore in meno per i doposcuolisti.

Altrettanto può dirsi per alcuni laboratori, che si prevedono per gruppi variabili di alunni.

Il governo intende dare piena realizzazione alla riforma nei prossimi due anni scolastici. Crediamo che in molte scuole i colleghi stiano ragionando sui problemi che abbiamo posto. Poiché, a parte pochi, affetti da delirio di onnipotenza e smaniosi di diventare tutor, e altri pochi, ansiosi di avventarsi sulle varie possibilità di ore straordinarie che, indubbiamente, la riforma Moratti offrirà, la maggior parte dei colleghi non desidera vedere ulteriormente aggravata la propria condizione lavorativa e dissestata la scuola pubblica, al governo non resta che una scelta: ridurre gli organici di istituto nei prossimi anni, cercando al tempo stesso di rendere il meno stridente possibile tale scelta.

Per mantenere l’attuale struttura del servizio, almeno in termini di orario, ci chiederanno:

 

-          di azzerare le compresenze

-          di costruire un sistema di gruppi e classi accorpate non in funzione didattica ma per coprirlo con l’organico a disposizione;

-          di flessibilizzare al massimo il nostro orario per coprire il servizio;

-          di utilizzare il fondo d’istituto per pagare lo straordinario su ore frontali;

-          di far pagare alle famiglie alcuni pacchetti formativi delle agenzie esterne;

-          di entrare in concorrenza con le altre scuole per accaparrarci più risorse.

L’esperienza di questi anni ci ha insegnato che tutto questo non funziona. Anzi, alcuni errori, commessi nella convinzione di rallentare la crisi della scuola, forniscono oggi al governo il convincimento che agli insegnanti si possano chiedere altri sacrifici.

Per questo chiediamo a tutti gli insegnanti elementari della città di mobilitarsi da subito perché gli organici non vengano toccati, semmai aumentati.

a Torino SABATO 29 NOVEMBRE alle 16

presidio e consegna delle agende

in Piazza Castello di fronte alla Prefettura