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Scuola e qualità: appunti per una discussione
di Giovanna Lopresti
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Per affrontare il tema della qualità nella scuola sono indispensabili punti di riferimento i seguenti
documenti:
- i quattro protocolli d'intesa tra MPI (poi MIUR) e Confindustria firmati tra il 1990 e il 2002;
- il documento di indirizzo firmato nel 1995 dall'allora ministro Lombardi;
- le ministeriali Linee guida per la diffusione della qualità nella scuola (2001);
- il documento ministeriale Per una scuola di qualità (2003).
Quest'ultimo testo è particolarmente interessante, sia perché è la conferma più recente di tesi già sostenute in precedenza, sia perché pretende di avere un ampio respiro. La parte introduttiva di tale documento, intitolata Autonomia delle istituzioni scolastiche e nuovo quadro istituzionale disegna lo sfondo su cui si dovrà inscenare il dramma della fine della scuola pubblica: da un lato la modifica del titolo V della Costituzione che "introduce cambiamenti fondamentali nel quadro di riferimento delle politiche educative". Dall'altro la legge 59/97 e la legge costituzionale n.3 del 2001 che sposta "l'asse culturale del sistema di istruzione e formazione dalla verticalità delle procedure di gestione alla orizzontalità dell'organizzazione del servizio per favorire la libera iniziativa dei soggetti istituzionali e privati". Al centro la legge 53/2003 di riforma del sistema educativo e la legge 30/2003 in materia di occupazione e di mercato del lavoro. Tradotto, per i non vampirizzati dal liberismo selvaggio: federalismo e deregulation all'italiana (arrangiatevi: avanzino le regioni ricche e crepino le regioni povere), autonomia scolastica ( scuola "leggera" e "legata al territorio" e cioè asservimento della scuola al mercato, che fornirà - e non per spirito filantropico- la risorse economiche che lo Stato non darà), riforma Moratti (per una scuola ancor più "leggera" per le finanze dello Stato e quindi ancor più "destrutturata"). E la legge 53, nonostante la deriva clericale che la caratterizza, è buon viatico per la legge 30, più nota come legge Biagi, che teorizza il lavoratore flessibile e cioè piegato alle esigenze dell'impresa. La logica del tout se tient trionfa: si parte da un'idea elaborata in seno all'industria (la qualità totale di marca toyotista), si attraversa, con questa fiaccola in mano, la palude insidiosa del "sistema dell'istruzione" e finalmente si fa luce, si rischiara e discopre l'arcano e si approda, fiaccola della Qualità in mano, sulla sponda sicura del mercato, da cui peraltro si era partiti. In fondo nessun lavoratore può diventare ultra-flessibile se non è stato addestrato ad esserlo; e la scuola - cioè il "sistema dell'istruzione" - è la palestra in cui le giunture vengono slogate per affrontare le acrobazie di una vera vita da precario. Il disegno è perverso ma non manca di coerenza.
E' dagli anni Novanta che questo progetto di scuola avanza.
E' una scuola formalistica e burocratica che, in Italia, è stata costruita anno dopo anno dagli interventi legislativi dei nostri governi, non importa se di sinistra o di destra. E' una scuola che, sulla carta, funziona bene - quasi sempre - che non si cura dei problemi reali, perché quelli potrebbero far inceppare il meccanismo. E' una scuola che ignora studenti ed insegnanti - che non tiene conto né del loro disagio né delle loro aspirazioni. E' una scuola che produce sigle vuote - PEI, POF, carta dei servizi, contratti formativi, progetto Qualità - lavoro morto che soffoca il lavoro vivo.
E' una scuola che punta al conseguimento dei saperi minimi - un'espressione atroce nella sua apparente ovvietà, con quel plurale che sta ad indicare la frammentazione, la parcellizzazione del sapere. Questo modello di scuola ha, a sua volta, un modello di riferimento, l'azienda. Va da sé che il tutto non è che il tutto ha come cornice il dibattito che in vari ambiti, a partire dagli anni Ottanta, ha opposto pubblico a privato. In modo riduttivo si è deciso (l'ha deciso chi detiene il potere, riuscendo però ad influenzare largamente l'opinione pubblica) per una visione manichea: pubblico è cattivo e privato è buono. Ed allora giù colpi di piccone sulla scuola pubblica che, in quanto tale, è cattiva. Il centro-sinistra lo ha fatto cercando di salvare almeno la facciata - ma il modello di scuola leggera (per le finanze dello Stato), aperta al mercato, ha già in Berlinguer il suo profeta. La destra, oggi, continua l'opera senza pudore, con quello stile fatto di colpi di mano che, se niente di decisivo interverrà, riuscirà a distruggere la scuola pubblica rapidamente, con efficienza ed efficacia, come dicono loro.
Il progetto Qualità non è che un tassello significativo di un insieme coerente. Penso non sia difficile individuarne i limiti più appariscenti. La scuola in cui lavoro ha ottenuto la certificazione di qualità, pagando il dovuto alla società che ha guidato l'istituto nel conseguimento della certificazione. Eppure i problemi continuano ad essere gli stessi di sempre: classi troppo numerose, locali insufficienti ed inadeguati, personale mal pagato e gravato da crescenti carichi di lavoro e responsabilità.
Mi pare che il problema vero per il sindacalismo di base sia quello di riuscire a denunciare tale stato di cose, proponendo, nello stesso tempo, un modello alternativo di scuola che vada contro i luoghi comuni e gli slogan del nostro tempo. Tentativi in questa direzione sono senz'altro stati già fatti ma non hanno saputo creare né una mobilitazione sufficiente nel settore né un reale allarme nell'opinione pubblica.
Gli insegnanti, i primi a dover denunciare i limiti di un tal modo di intendere la scuola, non riescono a esprimere compattamente il proprio scontento. Le ragioni sono tante: la natura variegata, socialmente e culturalmente, della categoria, le diversificate aspettative nei confronti del proprio lavoro, uno spiccato individualismo,lunghi e sfiancanti percorsi per uscire dal precariato, la scarsa sindacalizzazione, il fatto di sentire la propria scuola come un luogo chiuso, isolato da tutte le altre. Qualcuno, poi, si ritaglia il proprio orticello e, un progetto di qua, una commissione di là, una funzione obiettivo a manca, qualche ora di IDEI a dritta, attua un recupero salariale personalizzato. Sono questi gli eroi della scuola dell'autonomia, quelli che sostengono la presunta dinamicità della scuola, che la aprono all'esterno acriticamente e che - nel frattempo - rimpinguano il proprio reddito. Credo che per troppo tempo una politica sindacale segnata dal bon ton (parlo del sindacalismo di base e dei settori più avvertiti del sindacalismo confederale; gli altri, complici effettivi di tale stato di cose, li lascio perdere) abbia impedito di mettere il dito sulla piaga e di denunciare misfatti che oggi sono sotto gli occhi di tutti in quanto, denunciandoli, si colpiva in primo luogo un lavoratore. Ma un lavoratore può attivamente collaborare per portare un danno generale alla categoria; se è così va condannato perché difende il proprio interesse particolare contro l' interesse di tutti.
Su un aspetto credo si debba insistere molto di più di quanto sinora si è fatto: e cioè sulla perdita di ruolo e di identità dell'insegnante e sul conseguente disagio che ne deriva. Non c'è dubbio che insegnare sia un lavoro a rischio per ciò che riguarda l'equilibrio del singolo. In una scuola sempre più scompaginata chi insegna deve far fronte ad attese che, come individuo, non ha la possibilità di soddisfare, se non in minima parte. Ma come ci si può aspettare che un lavoratore screditato economicamente, socialmente, culturalmente possa organizzare in modo "orizzontale" il servizio (vale a dire indagare sui bisogni da soddisfare e mettere a punto strategie per riuscire a soddisfarli) quando, in realtà, allo stesso lavoratore mancano gli strumenti e i supporti anche per lavorare nel modo più scolasticamente tradizionale?
Sostituire ad un sistema gerarchico un presunto sistema orizzontale, in cui tutti possano portare il loro contributo "creativo": e, nel contempo, burocratizzare ancora di più il lavoro dell'insegnante, rafforzare il potere dei dirigenti scolastici, richiedere il giuramento di fedeltà al POF e al progetto Qualità. Ecco le contraddizioni maggiori di questo momento, ecco il motivo del disincanto di molti insegnanti che, praticando il principio della riduzione del danno, si piegano all'esistente, senza avere la forza di cercare una soluzione collettiva all'empasse del nostro momento.
L'istruzione è essenziale per una società in cui ogni individuo ha diritto di vivere con decoro ed in cui ad ognuno, qualunque sia la sua condizione di partenza, deve essere garantito l'accesso al sapere e la possibilità di elaborarlo criticamente. La scuola è, in questo senso, il luogo in cui il processo di crescita culturale - e umana - si compie. E' l'istituzione che più di ogni altra rende possibile rimuovere - attenuandoli progressivamente- quegli ostacoli che, di fatto, rendono inoperante l'eguaglianza di diritto. Il modello di scuola che si deve prospettare eredita le riflessioni antiautoritarie degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, rivendica l'autonomia dalla logica del profitto, è consapevole che la complessità dei nostri tempi non si può presentare alle giovani generazioni attraverso schemi semplicistici, sa che lo sgretolamento del modello familiare tradizionale consegna alla scuola responsabilità molto più delicate ed onerose rispetto al passato, ha coscienza che insegnare è lavoro vivo, rapporto quotidiano con gli studenti, necessariamente dialettico. Non è qui il caso di insistere oltre: rispetto al nostro tema di partenza c'è da aggiungere che l'idea di Qualità, legata alla standardizzazione dei processi produttivi e alla verificabilità della qualità del prodotto, è singolarmente inadatta quando si tratta di valutare quel percorso, singolare per definizione, che è il processo di apprendimento negli esseri umani. Potrebbe invece, e con profitto, essere applicata alle strutture - si scoprirebbe così quel che si sa già e cioè che molte delle nostre scuole sono luoghi offensivi dal punto di vista estetico e inefficienti dal punto di vista pratico - quando non sono addirittura pericolanti. Ma questo non interessa al Ministero in quanto contrasta con l'unica ferma intenzione che ha - spendere quanto meno può per la scuola pubblica, dissestarla ulteriormente, fare dell'istruzione una merce. I segnali, nazionali ed internazionali (vedi GATS) ci sono già tutti; sta a noi convincere altri, molti altri, che è bene fermare ciò che sta accadendo.