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LETTERA APERTA A GENITORI E STUDENTI DELL’ISTITUTO “E. AMALDI”

 

La scuola italiana sta attraversando gravi e pericolose trasformazioni, delle quali però il grande pubblico non viene a sapere niente. La televisione, i giornali e il governo parlano ampiamente della riforma generale della scuola (la «Riforma Moratti») ma pochi, se non gli addetti ai lavori, si rendono conto dei cambiamenti reali in corso, già avviati per altre vie. Il problema è che queste innovazioni sono state introdotte in sede di Legge Finanziaria, quindi solo in funzione di obbiettivi economici. Un esempio clamoroso è stata, lo scorso anno, la riforma della maturità, introdotta nella Finanziaria 2002, che ha soppresso i membri esterni dalle Commissioni di Esame: a fronte di un risparmio sul personale, si elimina ogni controllo esterno sull'Esame, e si svaluta il valore nazionale del titolo. Ma è anche grave quanto sta accadendo ora. La Finanziaria 2003 prevede infatti l'obbligo di portare tutte le cattedre, cioè le ore di insegnamento in classe per ogni insegnante, a 18 ore settimanali.

Una norma del genere può sembrare, vista dall'esterno, banale e perfettamente adeguata al buon senso (e nessun insegnante ne contesta il principio), in realtà, è esattamente il contrario. Attualmente una cattedra normale è formata di un numero di ore variabile a seconda della materia insegnata; non tutte le cattedre sono perciò di 18 ore effettive di presenza in classe, perché la quantità di ore che si possono cumulare dipende dalle ore di insegnamento che si fanno in ogni classe, per quella materia, e dall'esigenza di garantire che lo stesso professore segua la stessa classe dal primo anno in cui la prende fino alla fine del «ciclo naturale» di quella materia.

Così, per esempio, è naturale che chi insegna italiano nei primi due anni del Liceo prenda una classe in prima e la porti fino alla seconda, oppure fino alla quinta; chi insegna italiano, o filosofia, nel triennio, prende una classe in terza e la porta fino in quinta; e così per le altre discipline. E' questa la «continuità didattica»: assicurare agli studenti di essere seguiti dallo stesso professore durante tutto l'arco «naturale» di insegnamento di una materia. E' evidente a tutti che la continuità didattica è il pilastro dell'insegnamento, perché solo un rapporto continuato e stabile con un docente permette agli studenti di apprendere efficacemente una materia. Non a caso, la continuità didattica è anche l'obbiettivo dichiarato della riforma della scuola, e, a parole, uno dei principi più difesi da ministri e riformatori.

Il problema è che tra il dire e il fare, come si dice... La riforma delle 18 ore (chiamiamola così) ha come effetto primo e necessario di rendere impossibile la continuità didattica. Quest'effetto non è prodotto dal principio in sé di uniformare le cattedre e portarle tutte a 18 ore di insegnamento in classe, principio perfettamente razionale, ma dal modo di applicarlo. Per attuare tale riforma senza sconvolgere la didattica, infatti, bisognerebbe prima ripensare la struttura generale delle cattedre; invece essa viene applicata alla situazione esistente, provocando semplicemente una confusione spaventosa.

Prendiamo qualche esempio. In un Liceo Scientifico, Inglese viene insegnato, normalmente, da ogni docente su tutto il quinquennio: così, se si rimane nella stessa scuola, si prende una classe in prima e la si porta naturalmente fino alla quinta. E' chiaro che ciò permette delle condizioni ideali di insegnamento, perché si può programmare e distribuire l'attività su un lungo arco di tempo, si stabilisce un legame di fiducia tra studenti e docente, ecc. Però, con questa struttura «naturale» della cattedra non si possono fare 18 ore settimanali, ma 17 (..ore in prima, ..ore in seconda, ore in terza, ore in quarta, ore in quinta); nell'ora che manca per arrivare a 18, il docente rimane a disposizione della scuola per altre attività (supplenze in classi senza docente per brevi periodi, o altro). Per portare tutte le cattedre sistematicamente a 18 ore bisogna riempire l'ora che manca. Come si fa? Si distribuiscono le ore di un'altra cattedra, sulla quale non sarà così necessario nominare un insegnante. Si vede da qui l'interesse puramente finanziario dell'operazione (si eliminano una o più cattedre, cioè si assume meno personale), perché sul piano didattico appaiono subito evidenti le aberrazioni cui essa conduce. Per arrivare a cattedre di 18 ore in una materia come inglese, infatti, bisogna fare degli abbinamenti di classi tali che è matematicamente impossibile garantire la continuità didattica. Citiamo un esempio reale, verificatosi nel nostro Liceo (ci riserviamo solo di omettere i nomi reali delle vittime): il prof. Bianchi si troverà con una cattedra formata da due prime, due seconde e una quinta, senza terze né quarte. E' chiaro che il prof. Bianchi non potrà mai seguire nessuno dei suoi allievi per più di due anni (nel caso delle due prime, che recupera nelle due seconde), e prenderà sempre una quinta solo per un anno (non è certo la condizione ottimale per una classe sapere di dover cambiare docente proprio all'ultimo anno, quello della maturità!). Il prof. Rossi, invece, si vede toccare in sorte una cattedra formata da una prima, una seconda, tre terze e una quinta: c'è la possibilità di una continuità su una classe per tre anni, ma tutte le altre classi sono dei semplici «compagni di strada», presi a casaccio per un anno (e come sempre, la cosa capita sistematicamente in quinta...).

 

Ecco le conclusioni che si possono trarre da questo esempio:

1) i primi a risentirne sono gli studenti: i genitori, e gli studenti stessi, si lamentano spesso, e con sacrosanta ragione, della girandola di professori nel passaggio da un anno all'altro. Il nuovo sistema renderà questa girandola ancora più folle, non solo per le ragioni che abbiamo detto sopra, ma anche perché, al limite, per ottenere il risultato matematico delle 18 ore, è possibile anche dividere insegnamenti solitamente abbinati come ,nel Liceo, Matematica e Fisica, Storia e Filosofia, Italiano e Latino (per esempio, in una cattedra di Filosofia e Storia, è possibile assegnare ad un insegnante Filosofia e ad un altro Storia. Ciò vuol dire che su un triennio c'è il rischio che uno studente si veda sfilare davanti non tre insegnanti di Filosofia e Storia (cosa già abberrante, ma corrente), bensì quattro, o cinque, o addirittura sei! Bene, tutti sanno che gli studenti risentono gravemente di questi cambi continui: tutti i docenti sanno che ogni classe esige un periodo iniziale di «assestamento», di «rodaggio», in cui insegnante e alunni si conoscono, imparano i propri rispettivi stili, metodi, esigenze, ecc. Se questo periodo si ripete ogni anno, e più volte, si lavora male, perché non arriva mai il momento in cui, dopo il decollo, si lavora «a regime». Non si lavora mai a regime, ma sempre in situazione di emergenza.il numero di cattedre

2) è chiaro che in queste condizioni si lavora senza prospettiva: si programma il lavoro in classe solo su un anno; non si pensa di poter partecipare a fondo alle attività della scuola, alla quale non si è legati; tutte le attività dei Consigli di Classe sono rese più difficoltose, meno efficaci, perché la composizione dei Consigli non è stabile, e quindi non è possibile fare una programmazione didattica collegiale che duri più di un anno; non si può fare una politica seria di adozione dei libri di testo, perché è chiaro che un docente che «passa» per una classe solo per un anno non ha interesse a scegliere con accortezza i libri per l'anno successivo.

3) col venir meno delle “ore a disposizione”, sarà sempre più difficile garantire la sostituzione dei docenti in malattia e quindi la sorveglianza delle classi in assenza degli insegnanti

 

Una cosa è certa: tutto questo sconquasso non è una «riforma» della scuola, ma è solo la sua lenta demolizione, attuata all'insaputa dei diretti interessati, studenti e genitori, che ne subiranno solo gli effetti a cose fatte. Tutto dipende da una scelta fondamentale di questo governo, che va contrastata con forza: indebolire il ruolo della scuola pubblica nel sistema di istruzione del paese. Infatti, alla radice c'è la riduzione dei finanziamenti per la scuola pubblica; basti questo: quest'anno è stata varata la riforma, ma la Finanziaria 2003 non prevede nessuno stanziamento al riguardo. La cosa si commenta da sé. I tagli alla scuola vengono attuati nel modo che abbiamo descritto sopra: si aggiustano le cose in modo da poter licenziare e ridurre le spese, senza tenere conto in nessun modo della didattica.

Nella stessa politica rientra infatti un'altra novità: l'aumento del numero di studenti per classe, che sempre più saranno composte di circa trenta allievi, e a volte oltre. Non è necessario descrivere l'inevitabile scadimento dell'insegnamento che ciò provoca. Del resto è normale: se si vuole una scuola di buon livello, bisogna investirci dei soldi, e lo stato italiano si ostina invece da anni a fare il contrario, facendo arretrare il suo sistema scolastico rispetto a quelli degli altri paesi europei.

Questa politica folle va denunciata e contrastata in tutti i modi. I docenti si mobiliteranno in tutti i modi possibili in questo senso, ma è importante che il problema diventi pubblico: che la società italiana si renda conto che la scuola è un patrimonio collettivo, che lo sviluppo sociale e culturale di una paese moderno dipende da essa, e che quindi non è solo compito dei docenti denunciare una politica così assurda. I genitori e gli studenti sono in realtà le prime persone direttamente interessate a una scuola di qualità, e sono dunque coloro cui rivolgiamo un appello perché si oppongano anch'essi, con i loro mezzi, allo smantellamento della scuola pubblica.

 

Firmato

Un gruppo di insegnanti dell’Istituto “E. Amaldi” di Orbassano